Nella forma e nel colore

Per scrivere, bisogna avere qualcosa di cui scrivere. Un sogno, un’emozione, un evento, ma qualcosa.

Non scrivo per mio padre, che sembra passare il tempo a demolire le mie pagine perché un giorno possa gustare la mia laurea in chimica. Non scrivo per mia madre, che ormai è cieca, è sorda, è avvilita. Non scrivo per i miei parenti che aspettano, come iene, che cada dal dirupo per gustare con calma il mio cadavere.

Scrivo perché la mia mente è libera in queste righe. Scrivo perché qua non devo dimostrare niente a nessuno, me stesso compreso.

Abbandonati, i sogni in quel cassetto impolverato si agitano nella mia mente come atomi impazziti. Il senso di colpa mi strozza ed i miei sorrisi diventano falsi e forzati. Se non diventi te stesso, diventi la tua ombra e viceversa.

Quando i giorni passano ti rendi conto di averli persi nell’attesa di non sai cosa, di un miracolo probabilmente o più semplicemente del giorno seguente. Sfogli il libro di fronte a te assorbendone solo lo scricchiolio delle pagine che ti fa viaggiare ancora più lontano. Una nube intensa dall’odore legnoso ti rapisce i sensi e lentamente chiudi gli occhi sperando di svegliarti da questo incubo. Una prigione. Siamo figli di carcerati, cresciuti tra le sbarre. I nostri occhi non sono abituati a guardare lontano. Svegliatemi dal sogno perché io possa vivere.

Qualche tasto, qualche picchiettio ed il gioco è fatto. Cotto e mangiato. Qua, in questa distesa bianca, il mio inconscio detta, io scrivo e sia quel che sia, non importa il risultato. In questo luogo, nessuno vince, nessuno. Qua si muore, si sviene. Del cuore ne senti chiaramente i battiti rallentare, lentamente ti avvicini a qualcosa di diverso. Non si può raccontare cosa si prova lanciando parole come coriandoli perché si spargano nel suolo disordinate e subito dopo dar loro un senso, abbinarne colori, dimensioni, tonalità. È come aver voglia di fare l’amore, lo senti e basta, nessuno può insegnartelo.

Tornare giovani con la mente vuol dire strappare da se stessi le catene che ti hanno imprigionato e di cui ti sei vantato fin’ora. Voglio dimenticare il cappuccino al bar, la partita la domenica, l’orario dell’autobus, il dannatissimo suono della sveglia. Voglio dimenticare le persone che si vantano del proprio armadio. Voglio viaggiare nel passato per chiedere a Gesù quanto ci mette a tornare. Voglio guardare Gandhi strafogarsi di hamburger e patatine fritte, Madre Teresa mandare qualcuno a fanculo, Hitler accarezzare una donna. Voglio vedere qualcosa, qualcuno, esibirsi in tutte le sue forme.

Chi ha il coraggio di essere diverso, è libero.

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